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2 eventi religiosi
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Code05 La presenza dei rom, sinti e camminanti in
Italia e in Europa: una ricostruzione storica Una
storia di persecuzioni che attraversa le epoche
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Una conferenza europea sulla popolazione Rom
non è soltanto di grande attualità, ma è anche molto opportuna, poiché si
tratta della pi grande minoranza d’Europa, con una popolazione stimata tra i
7 e i 9 milioni. Chiarisco subito che in questa mia relazione utilizzerò per
parlare delle popolazioni, rom, sinti e camminanti, il termine “zingari”.
Questo termine, con le sue varianti linguistiche, è usato da secoli in tutta
l’Europa per definire queste popolazioni. E’ una definizione coniata dalla
cultura “non zingara” che è poi entrata nel linguaggio comune. Di per sé il
termine zingaro non racchiude alcuna sfumatura negativa o dispregiativa.
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Già la difficoltà di una definizione
linguistica unitaria denota la varietà delle popolazioni di cui stiamo
parlando e l’impossibilità di omologarle in generalizzazioni. Esistono
infatti gruppi rom, sinti, camminanti e altri, molto diversi tra loro per
storia, confessione religiosa, tradizioni. Tuttavia ci sono elementi unitari
in queste popolazioni, che si possono individuare nella comune origine
migratoria e nella lingua, il romanes. È noto come le prima ondata
migratoria degli zingari in Europa, come mostrano i documenti dell’epoca,
risale al XIV secolo. Da allora e fino a oggi, la presenza di queste
popolazioni è attestata in Europa. Si tratta quindi di una popolazione
pienamente europea, nonostante sia uno dei pochi popoli europei che non ha
avuto un nazionalismo, che non ha reclamato una sua terra mentre si diceva
nazione.
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Fin dall’inizio, alla presenza degli zingari
in Europa si sono accompagnate ondate di persecuzione. Al punto che una
storia degli zingari europei può essere fatta largamente coincidere con la
storia delle persecuzioni subite. Non è facile individuare un’altra
minoranza – se non, con ovvie differenze, gli ebrei – che per un periodo
tanto lungo, e in maniera costante, sia stata ovunque colpita da misure
vessatorie caratterizzate da una così acuta violenza e da un tanto palese
disprezzo dei diritti umani. Più che ripercorrere in questa mia breve
relazione l’intera storia delle popolazioni zingare in Europa,
l’articolazione dei diversi gruppi o lo specifico rapporto con i vari Stati,
vorrei focalizzare l’attenzione proprio sul tema della persecuzione, che
ritengo necessiti di maggiore approfondimento.
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Le origini misteriose, la riconoscibilità
esteriore, la spiccata identità, l’iniziale carattere nomadico, in una
parola la loro accentuata alterità, hanno fatto degli zingari l’oggetto di
un perdurante atteggiamento di rifiuto da parte delle altre popolazioni
europee. Dotati di una cultura e di una lingua orale non scritta, e dunque
debole, segnati dalla precarietà di una condizione di non sedentarietà,
poveri, gli zingari delle varie denominazioni hanno potuto in questi secoli
poco proteggersi e reagire alle misure emanate contro di loro, costretti
piuttosto a subirle senza strumenti di difesa e rivendicazione dei propri
diritti. Il primo documento scritto che ne registra la presenza nel nostro
continente1 risale al 1322, mentre è del 1471 il primo
(conosciuto) decreto di “espulsione”, quello dell’assemblea di Lucerna, che
intimava loro di lasciare il territorio della Confederazione svizzera2.
Un esempio seguito dopo poco dalla Spagna, dal Sacro Romano Impero, dai
Paesi Bassi, dall’Inghilterra, da Napoli, Firenze, Venezia e molti altri,
compreso lo Stato pontificio. Alle espulsioni si accompagnarono le cacce
all’uomo, le deportazioni (come quella degli zingari portoghesi in Brasile,
Capoverde e Angola), le leggi ad hoc, l’inasprimento delle pene, fino
alla comminazione della pena di morte, nei territori tedeschi, a quegli
zingari, espulsi e marchiati a fuoco, che fossero tornati sui loro passi.
Nel 1725 – per fare un solo esempio delle tante sentenze di morte decretate
contro di loro –, Federico Guglielmo I di Prussia ordinò che gli zingari al
di sopra dei diciotto anni, uomini e donne, fossero impiccati senza
processo, indipendentemente dalla loro condotta di vita3.
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In questo clima intollerante, appena
mitigato durante l’illuminismo, o da leggende più positive in epoca
romantica, si sono radicati alcuni stereotipi sugli zingari, destinati a
incidere sul profondo della mentalità europea. Gli zingari divennero
anzitutto il “popolo maledetto”, segnato da un “peccato originale” che ne
avrebbe determinato il destino di allontanamento costante, quale punizione
per non avere accolto la Santa Famiglia al tempo della fuga in Egitto, o per
essere stati i fabbri che fusero i chiodi della crocifissione di Cristo. Una
sorta di corresponsabilità al deicidio o all’inaccoglienza a Gesù…
Identificati come gruppi dediti al vagabondaggio e all’accattonaggio, rom e
sinti furono associati alla stregoneria, al rapimento dei bambini, al furto.
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Non sorprende, dunque, che nella seconda
metà dell’Ottocento le nuove teorie razziali e poi criminologiche fondate su
presupposti pseudoscientifici e biologici abbiano individuato proprio negli
zingari le caratteristiche antropomorfiche del “criminale nato”. Gli zingari
erano esempio, secondo lo studioso positivista francese Bendict A. Morel,
che ne scrisse nel 1857, di una “degenerazione” ereditaria, frutto di una
“influenza morbosa sia di ordine fisico sia di ordine morale”4.
Gli zingari attrassero l’attenzione di Cesare Lombroso, che credette di
poter individuare con precisione i segni di tale degenerazione razziale,
scrivendo nel 1878 nel suo L’Uomo delinquente:
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“gli zingari sono prevalentemente
dolicocefali, hanno cioè il cranio allungato come quello delle scimmie, e
sono quindi delinquenti antropologici, cioè non delinquono per atto libero e
cosciente, ma perché hanno tendenze malvagie che ripetono la loro origine”5.
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Nota Sandro Luciani come negli stessi anni
giudizi simili venissero espressi negli Stati Uniti nei confronti degli
italiani di recente immigrazione6.
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Il successo di tali teorie si accompagnò al
diffondersi di quelle sulla ineguaglianza tra le razze e la superiorità di
alcune sulle altre, con la diffusione dei saggi di de Gobineau7
prima e di H. Chamberlain poi8. Gli zingari divennero così un
gruppo razziale inferiore e pericoloso. La miscela di stereotipi, pregiudizi
diffusi, teorie “scientifiche”, violenze perpetrate senza remore lungo sei
secoli, costituiscono la premessa ai tragici avvenimenti del XX secolo, in
cui si è tentato di attuare un progetto di eliminazione totale degli zingari
dal suolo dell’Europa, tanto da potersi definire genocidio.
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La seconda guerra mondiale e lo sterminio
degli zingari europei
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Il volume di Guenter Lewy, La
persecuzione nazista degli zingari, edito da Einaudi , ha risvegliato
nel 2000 l’interesse storico sulle popolazioni zingare, concentrandosi sullo
sterminio nazista. Lo studio di Lewy si staglia –con nuovi e originali
elementi e una seria ricerca archivistica – su di un panorama di ricerche
ancora sfocato e lacunoso. Vi leggiamo il trattamento riservato dal nazismo
alle decine di migliaia di sinti e rom, stanziati entro i confini del Terzo
Reich. Ma anche agli zingari dei territori sovietici tra il 1941 e 1942 a
seguito dell’invasione tedesca.
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Nei territori del Reich gli zingari
furono vittime delle tesi sull’igiene razziale e la purificazione etnica,
che andarono a confermare un razzismo popolare profondamente penetrato nella
mentalità tedesca. La diffusione larga e non omogenea di queste popolazioni
sul territorio era percepita come un duplice pericolo: razziale e
territoriale. La politica razziale nazista intendeva operare una selezione
demografica “qualitativa” per creare una comunità di puro sangue tedesco. La
politica di espansione mirava a sua volta a realizzare, attorno al grande
Reich, uno spazio abitato da genti autenticamente tedesche, “ripulito”
dagli elementi stranieri o presunti inferiori. Fu tale duplice politica a
condannare il popolo zingaro alla scomparsa.
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I nazisti elaborarono la definizione
genetica dei nomadi. Per molto tempo gli esperti razziali tedeschi esitarono
a fornire una precisa qualificazione razziale degli zingari. Il capo del
centro ricerche per l’igiene razziale, Robert Ritter, finì per accreditare
la tesi secondo la quale il ceppo zingaro avrebbe subito, una progressiva
degenerazione a causa di ripetute mescolanze avvenute durante il secolare
nomadismo tra India ed Europa perdendo quasi completamenti i caratteri
originali della loro razza. Insomma il 90 per cento degli zingari sarebbe il
risultato di “incroci indesiderabili”. Si raccomandava quindi l’assunzione
di misure atte a impedirne la riproduzione, deportarli e infine eliminarli.
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Tuttavia, il carattere massiccio
dell’internamento degli zingari in Germania, Austria e Boemia prima della
guerra non obbedì a espliciti ordini superiori, ma vide sorprendentemente
protagoniste le municipalità. Queste intrapresero il concentramento con
motivazioni fatte di odio e pregiudizi “tradizionali”, ma anche nutrite da
vaneggiamenti razzistici. Il tornante decisivo fu la guerra. Allora si
cambiò idea. Gli zingari, anche quelli considerati misti, furono
assoggettati alla “soluzione finale” nei campi di sterminio come gli ebrei.
Nella legislazione e nella prassi amministrativa si nota una graduale
assimilazione tra ebrei e zingari, tanto che nell’aprile 1942 l’ambasciata
italiana a Berlino informava Roma che, “con recente provvedimento, gli
zingari residenti nel Reich sono stati parificati agli ebrei e quindi anche
nei loro confronti varranno le leggi antisemite attualmente in vigore”9.
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Tale evoluzione esprimeva il sentire comune
delle alte gerarchie naziste, di cui è esempio il medico Hans Globke, uno
dei direttori generali del Ministero dell’Interno, che sin dal 1936
sosteneva che “zingari ed ebrei sono i soli in Europa ad avere sangue
straniero” e proponeva di classificare gli zingari, ai fini della
legislazione razzista, come “mezzi ebrei”10.
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Gli zingari nell’Italia fascista
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In Italia, la politica fascista verso gli
zingari tendeva a colpire il nomadismo e prevedeva l’espulsione dei nomadi
stranieri anche se in possesso di documenti validi. I provvedimenti fascisti
portarono di fatto all’internamento di molti zingari, che dopo l’8 settembre
si ritrovarono in mano tedesca. Sarebbero necessari studi ulteriori per
illuminare i concentramenti di zingari nei campi di intrenamento di Frignano
(MO), Boiano (CB), Agnone (TE), Pedrasdefogu (CA). L’Archivio centrale dello
Stato conserva molta documentazione relativa all’internamento degli zingari
tra il 1940 e il 1943 (fino all’occupazione nazista), sia sui luoghi sia
sulle vicende personali di alcune famiglie o carovane zingare italiane e
straniere. La cosa interessante è che parte della documentazione è
conservata in un fondo relativo agli stranieri, mentre il resto sta nelle
carte di polizia. Si stima però (ma non ci sono studi) che un migliaio di
zingari siano stati deportati dall’Italia verso i campi di concentramento
nazisti11.
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L’oblio e il disinteresse verso la vicenda è
testimoniato anche dalla difficoltà a stabilire cifre certe. Le vittime
zingare dello sterminio in Europa furono in numero compreso tra i 219.00012
e il mezzo milione. Ma si tratta di stime. Certo è che zingari si trovavano
in tutti i luoghi dell’universo concentrazionario, contraddistinti dal
triangolo nero degli asociali affiancato dalla Z. La ferma intenzione di
eliminare questo popolo viene anche mostrata dalla scelta delle autorità
tedesche di creare campi dedicati esclusivamente o prevalentemente agli
zingari, come quello di Montreuil-Bellay in Francia, di Lackenbach in
Austria, di Lety in Boemia. Lewy conclude amaramente: «Al di là delle cifre,
resta che la perdita in termini di vite umane inflitte dai nazisti alla
comunità zingara furono tremende». Si tratta di un genocidio?
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Il dopoguerra e la negazione del
carattere razziale della persecuzione
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Subito dopo la fine della guerra, sullo
sterminio degli zingari calò il silenzio. Allo stesso processo di Norimberga
non si parlò del genocidio zingaro. Non solo: in tutti i processi
successivi, mai nessuno zingaro venne chiamato a testimoniare13.
Nondimeno, durante i processi più volte venne alla luce il destino a cui
erano votati i nomadi, in particolare le sevizie subite durante gli
esperimenti medici cui furono sottoposti.
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Il governo tedesco, da parte sua, aveva
tutto l’interesse a non riconoscere il carattere razziale della persecuzione
degli zingari, dato che solo i perseguitati per motivi di “nazionalità,
razza o religione” potevano accedere agli indennizzi previsti dalla
Convenzione di Bonn. In risposta alle prime richieste di risarcimento, il
ministero dell’Interno del Württemberg diramò una circolare, nel 1950, in
cui si sosteneva che la convenzione non riguardava gli zingari dato che essi
erano stati “perseguitati sotto il regime nazista, non già per motivi
razziali, bensì per i loro precedenti asociali e delinquenziali”. Si
confermava che tale persecuzione era giusta?
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Nel 1956 si espresse anche la Corte suprema
della Germania federale, sostenendo – come ricorda Giovanna Boursier - che
la persecuzione era sostanzialmente stata provocata da una “campagna
preventiva contro i crimini”14. L’unica concessione riguardò i
deportati dal 1 marzo 1943, data di inizio delle deportazioni in grande
stile ad Auschwitz. Questi, infatti, ebbero riconosciuto il diritto
all’indennizzo, poiché solo da quella data la persecuzione avrebbe acquisito
un inequivocabile carattere razziale15.
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La sentenza del 1956 diede un avallo
definitivo alla minimizzazione della persecuzione dei rom: una “congiura del
silenzio” di cui gli zingari furono vittime nel dopoguerra. Un ulteriore
dato significativo è rappresentato dalle motivazioni addotte a
giustificazione di questa politica: la presunta asocialità e l’inclinazione
all’attività delinquenziale. Queste considerazioni ricalcavano
considerazioni pseudoantropologiche preliminari alle elaborazioni razziste
che avevano condotto alla persecuzione e allo sterminio. L’accettazione
sulla tendenza zingare a delinquere è la premessa di una politica razzista.
La “congiura del silenzio” era accompagnata dal richiamo degli stereotipi
con cui i rom erano stati identificati nei secoli.
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Solo nel 1980 il governo tedesco ha
riconosciuto il carattere razziale della persecuzione zingara, quando ormai
molti dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime erano scomparsi o
rassegnati a non vedere riconosciuti i propri diritti, dopo anni di lotte
infruttuose. Mi chiedo allora se non dobbiamo finalmente parlare di un vero
e proprio antigitanismo che ha attraversato l’Europa, soprattutto
nella prima parte del Novecento, nutrendosi di pregiudizi e di stereotipi
coltivati per secoli. Tale antigitanismo, come si è detto, ha provocato un
vero e proprio genocidio del popolo zingaro nella Germania nazista. Un
antigitanismo che nemmeno un genocidio ha bloccato… E’ un’ipotesi di lavoro
che si fa strada a fatica per il disinteresse con cui il “caso zingari” è
stato trattato nella recente storia europea.
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Gli zingari in Italia oggi
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Quanti sono gli zingari in Italia? Secondo
le più recenti stime 110-130.000 persone, di cui più della metà hanno meno
di 14 anni; si tratta di poco più dello 0,2% della popolazione italiana: una
persona su 400, un adulto su 800. Circa 60.000 (dunque tra la metà e il 60%)
sono italiani; e lo sono iure sanguinis, a risalire gli alberi
genealogici, sin dal 1400. È importante dirlo, perché invece vi è la
tendenza a considerarli tutti stranieri. E stranieri, in effetti, sono i
circa 30 mila zingari di origine ex jugoslava. Si tratta di una immigrazione
in parte antica, con larga presenza delle terze generazioni a cui si sono
aggiunti i rom in fuga dalle recenti guerre balcaniche: spesso stranieri
nati in Italia da genitori stranieri essi pure nati in Italia. Pur essendo
stranieri, molti di loro non appartengono più, di fatto, allo Stato di
origine e potrebbero, in teoria, accedere allo status di apolidia. Infine,
sono presenti in Italia anche 20-30 mila zingari romeni o di altre
nazionalità europee.
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Italiani, ex jugoslavi o romeni, tutti sono
indistintamente chiamati nomadi (e per questo sono stati esclusi dalla legge
che tutela le minoranze), mentre in realtà sono in larga parte sedentari. Ma
il termine nomade continua ad avere fortuna, nonostante la sua inesattezza,
forse perché è funzionale all’idea che, essendo gli zingari gente di
passaggio, non ci si debba occupare di loro. Ad esempio curandosi poco delle
loro condizioni abitative o dell’integrazione scolastica e anagrafica.
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Come ha notato l’allora Commissario europeo dei
diritti umani nel marzo 2006: i campi-nomadi si caratterizzano in Italia per
“l’accesso sommario all'acqua e all'elettricità, assenza di nettezza urbana,
di illuminazione, di evacuazione delle acque reflue o di drenaggio del sito.
Le abitazioni sono delle roulotte vetuste o baracche costruite con materiale
di recupero”. Insomma, sono delle misere bidonville al cui interno i casi di
incidenti mortali sono conseguentemente numerosi (soprattutto le morti da
freddo, da incendio e da fuoriuscita di gas), così come è allarmante la
diffusione di malattie connesse alle pessime condizioni di vita. Non
approfondisco oltre le tematiche sociali, che peraltro saranno affrontate in
altri momenti di questa conferenza, ma certamente sento l’esigenza che si
superi un approccio emergenziale o emotivo rispetto alla presenza degli
zingari in Italia. Una presenza plurisecolare non può essere eternamente
trattata come un’emergenza. Forse l’incontro di oggi può rappresentare un
primo passo in questa direzione.
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Conclusioni
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Ripercorrere la storia di persecuzione, pur
consapevoli che la storia degli zingari non è solo questo, ma come quella di
ogni popolo è intreccio di storia culturale, linguistica, sociale e molto
altro, conferma a mio avviso l’esistenza e l’attualità di un “caso zingari”
in Europa e in Italia. Esso tuttavia non riguarda soltanto gli zingari e la
loro attuale, difficile condizione. Il vero “caso zingari”, cui occorre
trovare urgente rimedio, è quello dell’antigitanismo, di sette secoli
di persecuzioni, angherie, intolleranza, razzismo, e infine genocidio, con
il quale l’Europa e gli europei, non hanno fatto i conti. E’ giunto il
momento di farsi carico, finalmente, di una responsabilità, che ci riguarda
tutti, in quanto europei, di fronte al male scatenato nel nostro continente
contro questo popolo per lungo tempo.
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Il genocidio degli zingari coinvolge gli
europei come passaggio tragico in un periodo di forte crisi e rivolgimenti
da cui è sorta l’Europa democratica. Questo sterminio deve diventare
patrimonio comune, entrare nella coscienza collettiva come punto da cui
partire per affrontare con una consapevolezza nuova le sfide della
convivenza. “Ma dov’è il posto degli zingari nella memoria collettiva
dell’umana vergogna?”, si è chiesto Sergio Luzzatto.
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E’ un fatto che gli zingari non godono in
Europa di nessuna vera protezione né simpatia. Non hanno uno Stato alle
spalle che ne possa difendere i diritti. Pur essendo cittadini europei a
pieno titolo sono una “nazione senza territorio”, ma dotata dei diritti e
dei doveri del cittadino europeo. Sospeso tra terrore e poesia, lo zingaro è
un’immagine piuttosto che un uomo concreto. Seppure gli europei hanno
ereditato dal romanticismo qualche simpatia per lo stile di vita bohémienne
degli zingari, quando questo popolo cerca di mettere radici nella nostra
società, ogni attrattiva e simpatia vengono meno e la psicologia collettiva
davanti agli zingari talvolta si accende di passioni improvvise e
irrazionali. Come ha osservato Andrea Riccardi, “gli zingari sono
considerati tra i maggiori agenti della nostra insicurezza. Regolamentare la
loro presenza è una delle sfide maggiori della politica di sicurezza. Ma
l’insicurezza degli europei ha ben altre radici. Viene da più lontano. È
espressione della vertigine da globalizzazione che ha preso le nostre
società. In fondo lo zingaro, con la sua diversità, si presta bene ad essere
uno degli elementi che ci insicurizza17.
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Dopo tanti secoli di convivenza gli zingari
continuano a rappresentare una questione nelle società occidentali, ma è un
problema che eccede largamente la realtà oggettiva di un gruppo sociale
marginale. Suscitano reazioni sproporzionate alla loro consistenza: poche
migliaia in città di milioni di abitanti. Stando alle cronache dei giornali
la loro pericolosità sociale è per lo più limitata alle espressioni di
piccola delinquenza. Ma più frequentemente essi rientrano nelle cronache per
drammi umani, come la morte per freddo o incidenti dei loro bambini ormai
estranei alla maggioranza del corpo sociale. Il fatto è che sappiamo molto
poco chi sono gli zingari, anche se essi vivono nelle nostre città e nei
nostri paesi ormai da secoli. Quali e quante differenze tra loro che non
vengono nemmeno prese in considerazione!
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La vera conclusione di questa mia breve
riflessione è nelle parole di una donna zingara reduce bambina dalla
deportazione a Ravensbruck e Bergen- Belsen, l’undicenne Ceija Stojka che
nelle sue memorie, Forse sogno di vivere, scrive:
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“Bergen-Belsen, mio Dio! Sono stata davvero
fortunata a venirne fuori. E’ impossibile immaginarselo, è impossibile
raccontarlo. Bisogna andarci e guardarselo. Basta togliere un po’ di terra
dalle colline e gli uomini sono nascosti là dentro. Dilaniati. Là sotto
parecchi stanno con la faccia rivolta a terra e non verso l’alto. Io e mia
madre l’abbiamo visto. Qualche volta quando mi alzo di buon’ora penso: Ceija,
sei in cielo e sogni? Sogni di stare sulla terra? Non puoi essere riuscita a
venir fuori da Bergen-Belsen! E’ impossibile”20
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Un’intera costruzione culturale e sociale,
quella europea, ha inciampato e tutt’ora inciampa in questo modesto ostacolo
dell’alterità zingara e non è riuscita a fare i conti con la sua diversità.
Che degli zingari continuiamo a sapere pochissimo e, di conseguenza, a
assumercene poco la responsabilità è davvero un punto di riflessione per una
cultura europea che ha sempre avuto l’ambizione di indagare a fondo, con
sistematicità e ampiezza di visioni e prospettive, ogni aspetto della
storia. (Marco Impagliazzo Università per Stranieri di Perugia)
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